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non è un poesia ma una cacio e pepe

li vedi entrare  come bambini,  hanno sorrisi sinceri a trentadue denti, sono turisti affamati e cercano l’esperienza italiana, quella del piatti caldi, fumanti, pieni di sapore, che racconteranno a parenti ed amici una volta tornati in patria. “you can just barely imagine”, diranno.
si siedono, così felici che nel piccolo ristorante quattro-pallini-su-tripadvisor ci sia posto. fremono, non vedono l’ora di ordinare, e quella di alzarsi pagare e andarsene è remota tanto quanto quella della loro futura dipartita. per quel che li riguarda, potrebbero anche morire subito dopo il pasto. un buon compromesso: andarsene sì, ma a pancia piena e con gran stile.
arriva il cameriere che gli parla serratamente in italiano, anzi in romanesco, ma loro capiscono comunque, o forse no, alla fine non fa gran differenza. qualunque cosa ti serviranno andrà bene, più che bene. scrutano famelici le portate che passano nei corridoi, destinati ad altri tavoli, indicano, commentano, rumoreggiano e brindano a vino rosso, finché non arriva il loro piatto, allora tacciono i dialetti della perfida Albione e vi si tuffano, si sporcano, gonfiano le gote, deglutiscono, godono. saranno forse poco eleganti, certo, ma davanti alla loro prima cacio e pepe tutto è permesso.

tu, seduto in un angolo, sei ormai al dessert e li osservi ancora per qualche istante, prima di alzarti per saldare il conto e andartene. lascerai pagato un amaro a quel tavolo di pallidi inglesi che hai squadrato con candida ironia sin dal loro ingresso, sfottendoli mentalmente ma invidiandogli l’emozione della scoperta, della novità.
ma sì, che godano il momento, i sapori, l’esperienza italiana, questa magnifica città inzuppata di questo sole primaverile in anticipo sui tempi.

mica possono farlo tutti i giorni, poveri diavoli.

firma Ale

[altre poesie]

Roma. come niente. come nessuno.

ho amato e amo Roma. come niente. come nessuno.
ne amo l’odore dei marciapiedi del centro e delle graminacee che infestano quelli delle periferie in primavera. amo gli ampi viali colmi di traffico diurno ed i piccoli vicoli deserti nelle notti invernali. amo il suono costante della sua vitalità interminabile come amo il silenzio di certe cantine e sottotetti nascosti alla vista. amo la gente tanto scostante e dai modi distaccati e pigri quanto accesa se interpellata, stuzzicata, ammaliata. amo i temporali africani nei quartieri sud mentre a nord il sole cuoce gli asfalti offesi. amo la sua forma circolare, ruota sempre mossa di un movimento che non la sposta mai dalla sua sublime culla naturale. amo la lama d’acqua bionda che la taglia in due e le sue sponde piene di miseria e di bellezza che si alternano ansa dopo ansa, ponte dopo ponte, era dopo era. amo il sopra e il sotto, dal cielo che ti affoga di sfumature fin giù al denso sottosuolo che sbircia sotto le gonne di donne che sui suoi lineamenti di sanpietrini camminano leggere ed inconsapevoli. amo i tempi lunghi, le attese infinite, i ripensamenti, i litigi caldi e freddi, l’insieme di paesi che la compongono pur rimanendo metropoli agli occhi di chi, forestiero, la vive per la prima volta o di chi ci muore, figlio suo, dopo una vita fortunata. amo di lei le mille razze, la luce e il buio, lo scintillio e lo squallore, i cani e i gatti randagi, i palazzoni, le palazzine, le ville, i chiostri. non è stazione di campagna ma snodo, è una pioggia mentre nuoti, è fulmine che colpisce duro ma che illumina anzichè uccidere.
è tutto e il contrario di tutto.
è Roma, ed io l’amo.

firma Ale

museo

le affinità elettive (in un percorso guidato)

Ogni volta è una roulette, ma realizziamo la cosa sempre e solo alla fine.
Magari abbiamo vagato tutto il giorno per la città, inconsapevoli, fino ad arrivare a quell’ingresso, il nostro traguardo. Stessa cosa hanno fatto loro, ignari e disinteressati rispetto alla nostra esistenza. Nemmeno ponendosi il problema, a dirla tutta. Tutto l’universo si è mosso in relazione ad altro, ma anche affinché noi ci trovassimo in quel momento, a quell’ora, in quel luogo. Noi e loro.
A volte si tratta di una galleria d’arte, altre di qualche posto un po’ più ricercato ma insomma, sempre di uno spazio espositivo parliamo, che sia trovi a Roma in una meravigliosa ottobrata (a proposito, grazie per oggi, caput mundi), a Vladivostok o qualunque altra città di questo piccolo, stupido pianeta.
L’idea è quella, diciamo, di prendere visione di una mostra fotografica di qualche grossa firma, piuttosto che un’esposizione d’arte moderna o di altre follie umane. Biglietteria, portafoglio – solo un sorriso se avete la fortuna di essere accreditati come stampa – e via, ci si avvicina all’ingresso, dove un donnino in un’uniforme troppo stretta vidimerà il vostro biglietto e darà il la alla vostra esperienza.
Accorti di niente?
Beh, cattivo spirito di osservazione o, come dicevo prima, naturale distrazione che colmerete, probabilmente, a breve.
Le persone prima o dopo di voi (subito prima o dopo di voi) in fila in biglietteria, beh, sappiatelo, sono LORO. Sono coloro che non sapevano di voi come voi non sapevate di loro. Sono i vostri partner. I vostri compagni. Coloro messi sul vostro cammino dall’universo, dal caos, persino da Dio, se malauguratamente ci credete: quelli che vi accompagneranno da vicino in questa esperienza culturale.
Poniamo il caso sia quello dell’esposizione fotografica. Robert Capa, Museo di Roma, ad un passo da dove tutto per me è cominciato (ma questa è un’altra storia), un genio del reportage di guerra. Il percorso è guidato: un punto d’ingresso, tante stanze contigue, frecce discrete alle pareti per guidarci come vitelli al macello industriale verso un chiodo in testa e tanto, tanto bel materiale da vedere, guardare, per il quale emozionarsi, ritrarsi, sentirsi piccoli, sentirsi grandi.
Entri, prima fotografia sul muro.
Ecco: il momento, quel momento, è arrivato.
Prima di voi, di me, c’è questa coppia di personaggi, entrati mezzo secondo prima. Mezza età. Lui italiano, lei vietnamita, credo. Mi ricorda Kim Phuk, la bambina nuda della celebre foto scattata durante la guerra americana in Vietnam – sarà Robert Capa a condizionarmi, ma tant’è. Stazionano davanti alla prima fotografia, leggermente inclinati col busto in avanti, quanto basta per mandarli a rilevare la temperatura del marmo del pavimento se solo decidessi di toccarli delicato con un dito tra le loro scapole.
Attendono che quelli prima di loro proseguano, è chiaro, perché in quella che stanno osservando loro, la prima (che io per inciso non ho ancora visto), non c’è molto da vedere, e vorrebbero passare alla seconda. Come dicevo, a mia volta io vorrei cominciare la mia esperienza e son lì che aspetto, e soprattutto.. spero.
Ecco, la questione è tutta qui, e scusate se l’ho tirata per le lunghe.
Ci sono partner designati per vivere assieme queste esperienze. A meno di andarci un martedì lavorativo alle 11 del mattino (e anche lì avrei dei dubbi), a vedere una mostra ti capita sempre qualcuno prima e qualcuno dopo, e te la devi giocare, o meglio: devi avere fortuna. Le affinità elettive le scopri nelle tempistiche con le quali vivi l’esperienza, ti può dire bene, ti può dire male.
“Saremo compagni per la prossima ora, vogliamo rispettarci?”
Voglio dire, non mi costringere a fare qualche tipo di sommesso rumore per farti percepire la mia presenza (per quanto il mio odore magari lo stai percependo da quindici minuti, ma vabbè) per farti capire che è l’ora che ti levi di torno, o che passi oltre. Sii affine, io sarò affine a te, te lo prometto, nella buona e nella cattiva sorte, sia che la mostra sia una porcheria, sia che sia la migliore di sempre.
A volte capita. Trovi quello che sembra sincronizzato ai tuoi tempi, c’è quasi qualcosa di sessuale nella cosa, tu ti muovi, io mi muovo, io ti chiedo tu mi dai, tu mi chiedi, io ti do; io ho la volontà di andare avanti e tu sposti il capoccione, tu hai voglia che io mi attardi un attimo, ed io involontariamente lo faccio. Allora lì entri in sintonia ed è magnifico. A metà esposizione cominci a guardarti, c’è intesa, butti l’occhio, lui la butta a te, uno dei due si arrischia al commento “ammazza, ao, che foto”- ma è lì, attenzione, che diventa pericoloso. Eh si, potrebbe rompersi la magia. Potresti trovare uno che ti risponda “eh, ao si bella, ma non rispetta la regola dei terzi” oppure “non ci vedo la regola aurea”. Capita. Una tipa una volta ad una mostra di Klimt mi disse qualcosa del tipo “si, fantastico, guarda l’uso del polso nel piegare le setole del pennello”. Me ne andai. Giuro.
Comunque sia, è bello essere fortunati e trovare l’anima/e gemella/e per quell’ora di mostra. A volte arrivi, pensa tu, addirittura a salutarti alla fine. C’è gente che ci s’è pure sposata.
Spesso, invece, è un disastro. Trovi il super esperto con la famiglia al seguito, che deve spiegare qualunque aspetto relativo all’opera in questione. Dici tu, superalo, no. Pare facile. Lui lo capisce, ti marca stretto come Gentile su Maradona. Appena ti vede un minimo in ritardo su qualcosa che ti ha fatto spalancare la bocca e accendere il cervello, ti risupera, quatto quatto, e te lo ritrovi davanti. Non parliamo di quelli con le audioguide. Sembrano prima tarantolati, poi in coma, poi di nuovo tarantolati. Un incubo.
Io sono psicopatico, lo so, ma spesso quando son solo mi piace sparigliare le carte. Mi fermo e torno indietro. Ma indietro indietro, tipo all’inizio. Ritenta sarai più fortunato. Hai visto mai, magari becchi la tua metà e al contempo mandi avanti l’insopportabile incompatibile.
Oppure mi godo quelli che vanno al mio ritmo. Mi piacerebbe dargli una pacca sulla spalla e dire qualcosa tipo “ti sei accorto anche tu di che feeling, eh, che abbiamo”, ma potrei venir frainteso, sono tempi strani.
E quindi taccio.
E passo alla fotografia successiva.
Lo faccio a memoria, senza guardarmi accanto, tanto so già che sarà passato oltre, come quei calciatori alla Totti che mettono la palla col tachimetro precisamente dove vogliono, tanto lo sanno che il compagno sarà dove si aspettano che sia.
E che la butterà dentro.
Vedere una mostra con piacere, senza intoppi, è come una bella azione di calcio, pochi tocchi di prima, tanta maestria e alla fine tutti sotto la curva a festeggiare.

Diciamo che oggi pomeriggio ho fatto 0 a 0, in fondo solo questo volevo dirvi.

Vajont, una memoria lunga cinquant’anni

VajontScrivere di Vajont è sempre difficile. Equivale ad avventurarsi in un foresta di emozioni complesse, dolorose, dove scivolare nella nella più banale retorica è tragicamente facile. Ne hanno scritto, propriamente e non, grandissime penne della realtà giornalistica italiana dell’epoca, cinquant’anni fa oggi, nell’incedere di un tempo infame che non cancella le cicatrici, non rimuove il dolore, non affievolisce l’onta di una tragedia annunciata, evitabile, tristemente italiana.

1910: non è un anno, ma il numero di persone spazzate via dall’effetto di “un fallout nucleare in una valle chiusa“, come riferisce Marco Paolini nella propria rappresentazione teatrale tributo alla tragedia. Non è un ordigno atomico ad esplodere, ma l’effetto è il medesimo: la notte del 9 ottobre 1963 una cascata d’acqua inimmaginabile nelle dimensioni e nella violenza distruttrice scaturisce dal crollo di un lato del monte Toc dentro l’invaso artificiale della diga della valle del Vajont, piomba sugli abitati sottostanti, spiana in pochi minuti quanto c’è da spianare, lascia alle sue spalle solo fango, distruzione, dolore, morte.

E’ un dovere civile, quello di ricordare questa vicenda immobile nel tempo, immobile come la diga, una paradossale e bellissima “v” di cemento a stagliarsi per 260 metri, bianca di muratura tra rocce nere, ripide ed aspre, impresa di ingegneria civile fattasi monumento ai caduti che la sua presenza ha causato. Suo malgrado, certo, ma non malgrado i protagonisti dell’epoca, uomini di grande pensiero e scienza, ma incapaci di capire quando il passo si fosse fatto più lungo della gamba, quando la mancanza di rispetto nei confronti della natura al solito, inevitabile scopo di un profitto economico, li avrebbe portati alla catastrofe. Quanto ferisce del comportamento scellerato di questi ingegneri, capitalisti, personaggi pubblici e pubblici enti, non è la sola violenza riservata alla natura, ma il deliberato misconoscimento dei molti segni premonitori, e soprattutto l’incapacità di rispettare i popoli autoctoni della valle, considerati contadini, ignoranti, indegni forse di far parte di quel rilancio post bellico che l’Italia richiedeva e che passava certamente anche dalla capacità di produrre in autonomia energia elettrica, una produzione che impianti come quello del Vajont avrebbero garantito. Dunque, al diavolo se qualche italiano “di seconda fascia” ne avrebbe pagato, forse, le conseguenze: era un sacrificio tollerabile, sulla strada della modernità, del rilancio dell’Italia del tempo, in fondo non così diversa da quella contemporanea. Vajont

La memoria collettiva di questo paese, lo sappiamo bene, è da sempre labile, veloce nel cancellarsi al pari della capacità di revisionare, di introdurre molti “ma”, “se” in storie drammaticamente conclamate, che dovrebbero invece esser ricordate per quel che sono, nella loro nitidezza, ed essere monito ed insegnamento per le generazioni a venire.

Per questo Vajont, come purtroppo altre storie del nostro passato prossimo, va raccontata, tramandata, mai revisionata, sempre protetta. Si dica a voce alta che l’uomo cercò profitto ma trovò solo morte; non si dimentichino quelle vite che avevano diritto a proseguire e furono invece spezzate per la sola incapacità nel dire “basta” in un sistema purtroppo ideale per scaricare le responsabilità su altri e proseguire nel proprio folle percorso. Oggi, dopo cinquant’anni, la valle è tornata alla vita, i paesi distrutti, riedificati; i popoli nuovamente insediatisi a dimostrare la tenacia della gente del Cadore, incapace di rassegnarsi ad abbandonare quel luogo che, in prima istanza, si voleva lasciare inabitato e piatto, come la battigia di una spiaggia spazzata dal moto ondoso del mare.

VajontL’Italia tutta ricordi, si informi, capisca cosa fu Vajont, faccia tesoro di una tragedia rendendola così, forse, lievemente più tollerabile. Se si è ingegneri, costruttori, si approfondisca quel che accadde, si guardi all’etica del proprio mestiere e si tenga sempre quale stella polare del proprio agire. Se si è giornalisti, si segua l’esempio di Tina Merlin, l’unica a combattere aspramente il progetto portando come argomenti proprio quelli che si concretizzarono quella terribile notte di Ottobre, una combattente solitaria, una voce non asservita ad alcun sistema. Se si è popolo, non ci si abbandoni ai pregiudizi contrari alla modernizzazione di un paese come il nostro, ma certamente si resti vigili, si faccia della cultura dell’informazione un baluardo, una strenua difesa di fronte agli interessi di pochi contro quelli di molti.

Si può certamente essere italiani in un’ampia rosa di modalità diverse. Rafforzare la nostra memoria rispetto ai luoghi ed i fatti da cui veniamo può essere la via per esserlo finalmente in modo costruttivo, maturo, esemplare, soprattutto condiviso.

Un modo, in definitiva, per essere un po’ più “popolo”.
Ne abbiamo bisogno.

firma Ale