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spettinato. volontario.

viaggiare

viaggiare

mi mancano tantissimo gli aerei. e l’aeroporto, quel luogo non luogo dalla temperatura, luce e brusio costanti. mi manca quel brividino del decollo e dell’atterraggio, il guardare il mondo indistinguibile cercando di distinguere confini, montagne, città e porti operosi. manca l’attesa della chiamata al Gate, manca la corsa quando sei in ritardo, persino l’attesa dei bagagli a Fiumicino che non finisce mai. i duty free con le loro cianfrusaglie e i liquori a buon mercato, la cintura tolta al controllo sicurezza, il rivestirsi rapidi per far posto agli altri dietro di te. e poi ancora il frastuono dei motori a getto sulle piste, la prima vibrazione quando l’aereo prende vita dal suo parcheggio, i piloti che si intravedono dal corridoio stretto, le cappelliere, le indicazioni di sicurezza che nessuno ascolta, i bambini educati, quelli no, quelli che è la prima volta che lasciano il suolo naturale. manca tutto ciò che accade dopo e tutto quello che finisce al ritorno. l’eccitazione e la malinconia. il ricordo e il vissuto. l’emozione, la promessa di rifarlo.
viaggiare.
firma Ale
L'antiromanismo spiegato a mio figlio

L’antiromanismo spiegato a mio figlio

L’antiromanismo spiegato a mio figlio
(poesia di Valerio Mastrandera post Manchester-Roma 7-1)

“Si a papa’ era sera, era ad aprile
er pesce era passato muto e senza spine
Nell’Albione perfida e a modello cavalli mozzicanti
invece ch’er manganello s’era Partiti pe ‘nimpresa
de quella da raccontà davanti ar focolare
Tutto bruciava ‘npetto Muto er cellulare
Chi era rimasto in terra sanpietrina
era du giorni che nun dormiva come dormiva prima
Er traffico nun c’era, i semafori silenti
i dentisti s’erano rifiutati de cavà li denti
I televisori a palla coprivano li piatti apparecchiati
Quarcuno pannellava: sciopero dei carboidrati
Poi venne l’ora quella che non viè pe tutti
Eravamo tutti belli a papà nun esistevano piu’ li brutti
Nun era un sogno era reale
manco li gabbiani sur tetto der Quirinale
Parte l’orologio, fischia l’omo in giallo
partono le vene, pompa er core de metallo
Manco la prima scarica de adrenalina pura
che ar decimo, piu’ o meno, l’idraulico ce stura
Ce stura er lavandino dove nun score gnente
se non er er sangue de chi crede alla panza, e no alla mente
Tu pensi: daje! daje regà nun è successo gnente
E’ battaja, battaja dirompente
Via la maja dai carzoni sporcateve er battente!
Invece gnente li vedi rotola su un prato all’inglese
come na balla de fieno a Porta Portese
Poi parte un conto alla rovescia de manrovesci che ce danno
Pensi ancora: daje! basta poco! Si ma quanno
Nun c’è er tempo pe ferma er tempo boja
Pensi: mai, mai un giorno de gloria!
E qui a papa’ devi pensa,
che chi dopo sta sera d’aprile è annato a festeggia
la gioia troverà solo sulle disgrazie altrui
Pe sta gente nun c’e’ luce ma solo giorni bui
Perche’ chi pe soride deve vede’ piagne uno, mille e centomila
è uno che nella vita sua starà sempre in fila
Chi invece la prova la vita sulla pellaccia
nun starà mai a chiede un sorso da nantra borraccia
Sii orgoglioso papà da provà emozioni
davanti a undici leoni a vorte un po’ cojoni
E’ raro amore mio, è raro come te
e mamma tua
che dopo er sette a uno c’ha lasciato a sparecchià
li mortacci sua”

Valerio Mastrandrea

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ma sai cosa, alla fine, sticazzi

ti alzi
molli tutto
ondeggi fino al bancone
e ci vai
(ché io t’osservo)
con quell’aria da prefestivo che hai

al tizio rasta, poi
poco lavato, direi
che domanda ciò che vuoi
rispondi
una birra pigra
pigra come un regionale al binario

e tuttavia
lui non manca di coraggio
nell’afferrare un boccale
per servirtene una a caso

invece di scavalcare
con un balzo
il bancone
e prenderti la testa
tra le mani,
con le mani
e baciarti a cercarti l’anima
e invece
invece niente
e invece io
io che lo sento
l’eco della tua anima monella
(e tra l’altro mi lavo)
m’alzo

mollo tutto
persino questa penna sfinita
e volo
senz’ali
al tuo cospetto
scavalcando ciechi e sordi
che arredano il locale
mentre il resto
del mondo
collassa

e pure a me manca poco

se continui a
darmi corda come fai
mentre scivolo
sul piano inclinato del tuo sorriso

e lo sento sai
che da qui
vivo non uscirò mai
ma per lo meno
scoprirò di che morte morire
e di chi, di te

ma sai cosa
alla fine
sticazzi

il tempo è un tubo che perde
e questo a me pare
in tutto e per tutto
un attimo di muto trionfo
nella mia vita urlata
sebbene ormai morente
nella sequenza finita
dei miei respiri.

firma Ale Di Cicco

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