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impronte

da bambino vivevo alla Spezia, città che ho poi abbandonato a 23 anni per trasferirmi a Roma. in un giorno del mio ottavo anno di età, sgambettando di ritorno da scuola mi imbattei in un piccolo cantiere: in mattinata degli operai avevano ancorato al suolo dei paletti sui quali montare dei paracarri per proteggere il marciapiede. gli operai erano andati via e il cemento era ancora abbastanza fresco, un richiamo troppo forte per il bambino che ero, tanto dal non potermi trattenere nell’affondarci la suola della scarpa, lasciando così una piccola, indelebile impronta. un gesto spensierato, da monello. m’allontanai pensando ad altro, non sapendo che quel semplice gesto aveva appena generato una macchina del tempo. ogni qual volta son passato di lì, infatti – da adolescente, poi da ventenne, poi trentenne e oltre – ho trovato quell’impronta sempre uguale, immobile nel tempo, a ricordarmi del bambino che ero, un sensibile monello in quei giorni di spensieratezza, di sogni e di illusioni. era un mio piccolo segreto, quella risposta che solo io conoscevo alla domanda mentale di migliaia di passanti su di chi fosse quell’impronta. beh, era mia.

di recente, durante una delle mie rapide sortite alla Spezia, ho realizzato che la strada è stata profondamente ristrutturata pavimentando anche il marciapiede, così quell’impronta, oggi, non esiste più. con lei è morta un po’ della mia infanzia, ma non c’è tristezza, perché la verità è che quel bambino, quel monello, quei sogni, tutt’ora albergano in me. è semplicemente tempo di impastare nuovo cemento e di lasciare nuove impronte, magari nel cuore di chi mi frequenta, impronte che resistano, questa volta, a qualsiasi ristrutturazione.

firma Ale

Saro, le mani, la scimmia e il terremoto

Saro ha 88 anni e le mani forti. La sua casa è ancora dov’è stata costruita, e con lei tutte quelle che Saro ha costruito nell’ultimo mezzo secolo, circa un centinaio. Tutte in piedi, non dirò belle, questo non lo so, ma tutte solide come la roccia di certo sì. Solide come Saro e le sue stesse mani. Perché te lo chiede sai, Saro, se ci credi o no che le sue mani siano tanto forti come lui sostiene, nonostante le tante primavere. Te lo chiede spesso durante i suoi racconti, se gli credi, e non solo sulle sue mani ma su un po’ tutto, come se fosse abituato allo scetticismo della gente che incontra, gente montanara, testarda, di cuore. Comunque sia, ti prende la mano dopo che gli hai risposto di sì, che gli credi, perché lui te lo vuole dimostrare a prescindere, che tu sia scettico o meno. Mezzo secondo e la tua mano è inerme nella sua presa di ferro; la realtà è che il vecchio marpione sa come prenderti per farti male, la forza applicata è in realtà poca ma sufficiente a farti desistere da qualunque possibile reazione, tu stai al gioco e glielo dici, sì Saro, hai ragione, hai ancora tanta forza, ora lasciami andare le dita, ché mi fai male. Te le lascia dopo un po’, sorride, ti guarda come non sapesse chi sei, quando forse non lo sa sul serio. Continua la lettura di Saro, le mani, la scimmia e il terremoto

non è un poesia ma una cacio e pepe

li vedi entrare  come bambini,  hanno sorrisi sinceri a trentadue denti, sono turisti affamati e cercano l’esperienza italiana, quella del piatti caldi, fumanti, pieni di sapore, che racconteranno a parenti ed amici una volta tornati in patria. “you can just barely imagine”, diranno.
si siedono, così felici che nel piccolo ristorante quattro-pallini-su-tripadvisor ci sia posto. fremono, non vedono l’ora di ordinare, e quella di alzarsi pagare e andarsene è remota tanto quanto quella della loro futura dipartita. per quel che li riguarda, potrebbero anche morire subito dopo il pasto. un buon compromesso: andarsene sì, ma a pancia piena e con gran stile.
arriva il cameriere che gli parla serratamente in italiano, anzi in romanesco, ma loro capiscono comunque, o forse no, alla fine non fa gran differenza. qualunque cosa ti serviranno andrà bene, più che bene. scrutano famelici le portate che passano nei corridoi, destinati ad altri tavoli, indicano, commentano, rumoreggiano e brindano a vino rosso, finché non arriva il loro piatto, allora tacciono i dialetti della perfida Albione e vi si tuffano, si sporcano, gonfiano le gote, deglutiscono, godono. saranno forse poco eleganti, certo, ma davanti alla loro prima cacio e pepe tutto è permesso.

tu, seduto in un angolo, sei ormai al dessert e li osservi ancora per qualche istante, prima di alzarti per saldare il conto e andartene. lascerai pagato un amaro a quel tavolo di pallidi inglesi che hai squadrato con candida ironia sin dal loro ingresso, sfottendoli mentalmente ma invidiandogli l’emozione della scoperta, della novità.
ma sì, che godano il momento, i sapori, l’esperienza italiana, questa magnifica città inzuppata di questo sole primaverile in anticipo sui tempi.

mica possono farlo tutti i giorni, poveri diavoli.

firma Ale

[altre poesie]