vagoni

osservare chi viaggia con te in treno è uno sport ingiustamente escluso dalle discipline olimpiche. ha le sue regole di delicatezza e tatto, forse in tv non funzionerebbe ma da praticare resta uno spasso. così ti trovi in questo vagone stipato di corpi che sorreggono segreti idee ambizioni dolori, ti guardi intorno, come puoi ti soffermi, come puoi ti riscaldi ed entri in campo.
c’è questo ragazzone dai bellissimi occhi cerulei ma dagli anni portati malamente che ride, ride, ride sommessamente e sommessamente parla. parlotta, in realtà, con un’entità indefinita, un interlocutore invisibile ma che dev’essere un vero spasso, data la misura di quanto senza sosta continua a sorridere, ridacchiare, parlare. ogni tanto solleva lo sguardo, poi si appisola: pare quasi un video di youtube che scatta quando c’è poco segnale di rete, qualche secondo di stasi a occhi chiusi e poi nuovi momenti di veglia, di risate, di parole incomprensibili.
c’è questo cucciolo di anziano vestito completamente di verde. il maglione solo di un punto leggermente più scuro dei pantaloni prato di Wimbledon, sarà il periodo dell’anno ma Continua la lettura di vagoni

e niente, questo.

niente ci sarebbe questa novità che è uscito il mio terzo libro.
non fate commenti, ché non ci credo neanche io, indipendentemente dal risultato.

s’intitola “fai fieno finchè splende il sole” ed è un racconto di poesie.
se volete, c’è un estratto gratuito che vi aspetta. lo trovate qui.

ha questa faccia qui (la foto è di Stefano Bellisario, che non ringrazierò mai abbastanza).

"fai fieno finché splende il sole - racconto di poesie"

bene, il mio l’ho fatto, ora vado a piangere in un angolino.

impronte

da bambino vivevo alla Spezia, città che ho poi abbandonato a 23 anni per trasferirmi a Roma. in un giorno del mio ottavo anno di età, sgambettando di ritorno da scuola mi imbattei in un piccolo cantiere: in mattinata degli operai avevano ancorato al suolo dei paletti sui quali montare dei paracarri per proteggere il marciapiede. gli operai erano andati via e il cemento era ancora abbastanza fresco, un richiamo troppo forte per il bambino che ero, tanto dal non potermi trattenere nell’affondarci la suola della scarpa, lasciando così una piccola, indelebile impronta. un gesto spensierato, da monello. m’allontanai pensando ad altro, non sapendo che quel semplice gesto aveva appena generato una macchina del tempo. ogni qual volta son passato di lì, infatti – da adolescente, poi da ventenne, poi trentenne e oltre – ho trovato quell’impronta sempre uguale, immobile nel tempo, a ricordarmi del bambino che ero, un sensibile monello in quei giorni di spensieratezza, di sogni e di illusioni. era un mio piccolo segreto, quella risposta che solo io conoscevo alla domanda mentale di migliaia di passanti su di chi fosse quell’impronta. beh, era mia.

di recente, durante una delle mie rapide sortite alla Spezia, ho realizzato che la strada è stata profondamente ristrutturata pavimentando anche il marciapiede, così quell’impronta, oggi, non esiste più. con lei è morta un po’ della mia infanzia, ma non c’è tristezza, perché la verità è che quel bambino, quel monello, quei sogni, tutt’ora albergano in me. è semplicemente tempo di impastare nuovo cemento e di lasciare nuove impronte, magari nel cuore di chi mi frequenta, impronte che resistano, questa volta, a qualsiasi ristrutturazione.

firma Ale