Saro, le mani, la scimmia e il terremoto

Saro ha 88 anni e le mani forti. La sua casa è ancora dov’è stata costruita, e con lei tutte quelle che Saro ha costruito nell’ultimo mezzo secolo, circa un centinaio. Tutte in piedi, non dirò belle, questo non lo so, ma tutte solide come la roccia di certo sì. Solide come Saro e le sue stesse mani. Perché te lo chiede sai, Saro, se ci credi o no che le sue mani siano tanto forti come lui sostiene, nonostante le tante primavere. Te lo chiede spesso durante i suoi racconti, se gli credi, e non solo sulle sue mani ma su un po’ tutto, come se fosse abituato allo scetticismo della gente che incontra, gente montanara, testarda, di cuore. Comunque sia, ti prende la mano dopo che gli hai risposto di sì, che gli credi, perché lui te lo vuole dimostrare a prescindere, che tu sia scettico o meno. Mezzo secondo e la tua mano è inerme nella sua presa di ferro; la realtà è che il vecchio marpione sa come prenderti per farti male, la forza applicata è in realtà poca ma sufficiente a farti desistere da qualunque possibile reazione, tu stai al gioco e glielo dici, sì Saro, hai ragione, hai ancora tanta forza, ora lasciami andare le dita, ché mi fai male. Te le lascia dopo un po’, sorride, ti guarda come non sapesse chi sei, quando forse non lo sa sul serio. Troppa gente avanti indietro nella sua casa, nella sua tana fattasi negli anni prima agriturismo, ora campo base per molti, specialmente in queste ultime settimane. Gente dalle mille diverse divise e dagli accenti forestieri, di su, di giù, anche non italiani. E sì che lui gli accenti e le parlate le conosce, dice Saro. Ti racconta di come fino ai quaranta fosse un macellaio scapolo e un bel giorno, tra una lombata di manzo e del macinato di primo taglio si fosse stancato, avesse appeso il grembiule sporco di sangue al muro e avesse deciso di cambiar vita. A quelli della televisione gliel’ho detto che ho mollato la carne per il cemento, dice. Ride. Ride sempre Saro, sotto il suo cappellino da baseball. E racconta come sul cemento si buttò davvero, cominciando – senza alcuna iniziale competenza – a costruire usando la sua arma vincente, il buon senso. Così una stalla per cavalli diventa a tre piani, hai idea di quanto pesa un cavallo? Moltiplicalo per 30 e hai il senso di quanto dovessero sopportare quei solai. Ecco che nelle colonne mise tanto ferro, quasi più del cemento stesso. Così comincia il racconto di cinquant’anni di costruzioni solide che ancora resistono, anche dopo un sesto della Richter. Cinquant’anni in giro per il mondo tra accenti e parlate diverse, diviso tra soldi e successo, ma con le radici che restano ad Amatrice. Oggi, oltre alle mille divise, ai mille accenti, le mille parlate, c’è questa processione di concittadini che vengono a salutarlo, grazie Saro, la casa era fatta davvero bene, siamo qui. Lo abbracciano. Lo so, risponde lui. Non è spocchia, la sua: Saro tenta solo di dissimulare un’emozione senile ma non per questo meno sincera. Non lo puoi interrompere, ci racconta disordinatamente tutte queste cose. Ci batte sulle gambe le mani dalla presa di ferro, ci fa forza, la fa lui a noi, a noi che siamo volontari nell’emergenza, noi che dovremmo farla a lui, noi che ci emozioniamo come chiunque altro, più di chiunque altro. La sapete, quella della scimmia scoiattolo, ci domanda. No Saro. E allora racconta. Dice, fecero questo viaggio, lui e la bella e giovane moglie conosciuta poco dopo aver abbandonato coltelli e quarti di bue, un viaggio esotico in Brasile. Estate, spiagge, mi piace immaginarli a cavallo sulla sabbia dorata di Copacabana. Magari non sarà andata così, ma venitemi dietro: lui stesso racconta con gli sprazzi di un fuoco artificiale. Adeguiamoci. Tant’è, girano il Brasile come acqua nei tubi, finché non so dove, non so quando, scoprono questa stupenda razza di scimmia, la scimmia scoiattolo. Esiste davvero? Chi lo sa. Ma il racconto è sugoso, soprattutto quando Saro ci racconta che questa scimmietta, grande quando un’arancia, va da sé fosse una specie delicata, insomma protetta o giù di lì. Però vuole portarla con sé, l’animaletto è carino, affettuoso come un micio che però mangia noccioline. Come fare a imbarcarlo sul volo per casa, questo è il problema. E qui il genio interviene, perché il genio è fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione. La moglie ha un’incredibile chioma di capelli castani, tra l’altro di un colore molto simile al pelo dell’animale. Può una piccola scimmia sopportare un intero viaggio nascosta nei capelli di una donna? Certo, pensa il pragmatico Saro. In 8 ore di viaggio, aggiunge, la bestiola fece pipì solo due volte, un record per un animale non propriamente addomesticato. Nei folti e ricci capelli della moglie, certo, dove sennò. Ridiamo. Ci sta sia tutto vero.
Saro l’ho incontrato per poche ore, ma tornerò a cercarlo. Nel frattempo si alterneranno nuovi volontari, nuovi turisti giornalisti pompieri carabinieri sciacalli macellai e scimmie, e lui rimarrà sulla sua sedia a raccontare la sua vita e a domandare a chi ascolta, come fosse un mantra, mi credi o non mi credi?
Dammi la mano, che te lo dimostro.

firma Ale

[altre poesie]

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